L'ARCHIVIO DEL BANCARIO

   Va bene, obiettivo numero rispedire ad Arcore il cav. Berlusconi. Ma per il resto ? Sanità, istruzione, lavoro, scuola, immigrazione e via enumerando: quale razza di programma sta preparando l'allegra brigata dell'Unione e, soprattutto, quali sono le idee forti che può convogliare la sinistra? Per cercare di capirci qualcosa ho ridato vita a uno spazio creato mesi fa e ben presto abbandonato. È una specie di cassetto nel quale depositerò, sino alle elezioni del prossimo anno, provocazioni, contributi e articoli scovati nel mio vagabondare per la Rete. Con un grandissimo sforzo di fantasia l'ho chiamato L'ARCHIVIO DEL BANCARIO.

 



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martedì, 21 novembre 2006
 

AGGIRONAMENTO GRAFICO
postato da fcaffa | 17:32 | commenti



lunedì, 20 novembre 2006
 

prova grafica
postato da fcaffa | 17:13 | commenti



domenica, 19 novembre 2006
 

prova di trasmissione per tin.it
postato da fcaffa | 19:26 | commenti

 

postato da fcaffa | 17:39 | commenti (3)

 

Il tenente pericoloso
Non c'è spazio per le mie elucubrazioni. Riflettete bene o voi che entrate. Non so che mi succede quando sono qui con voi a guaradre le stelle e non c'è rispetto
postato da fcaffa | 10:46 | commenti (1)



sabato, 18 novembre 2006
 

Il modellino Usa
Carlo Gambescia sul modello economico statunitense cetmane loreora oero oeoor enon c'' spazio per le tue oservazioni ea ee sokdke ekkekjosxwe
Carlo Gambescia, blog
postato da fcaffa | 19:21 | commenti



mercoledì, 18 gennaio 2006
 

Quercia e grande finanza, un amore non corrisposto

Paolo Ciofi, il manifesto, 8 gennaio 2006

L’Opa di Unipol su Bnl, con le conseguenze che ne derivano, costituisce ormai il dato politicamente più rilevante di questa fase, e viene usata senza sottintesi con l’obiettivo di cambiare il sistema politico del Paese. Perciò non basta chiedere di fissare i confini tra affari e politica, di definire nuove regole, di ripristinare l’etica negli affari e nella vita pubblica. L’aspirazione è lodevole ma inadeguata, giacché in gioco sono gli equilibri e la natura del capitalismo italiano, la funzione stessa della politica, e dunque l’assetto della società e della nostra democrazia oltre il berlusconismo.

Questa chiave interpretativa, che intendo qui proporre, emerge con grande nitidezza dall’analisi del modo con cui il Corriere della sera, portavoce della cosiddetta “borghesia illuminata”, tratta l’intera vicenda. Ma occorre ricordare, anche al Corriere e al suo direttore, che quello della scalata alla Bnl, seppure di particolare rilevanza in quanto fa riferimento al principale partito di opposizione, non è che l’ultimo episodio di una sequenza che comincia con la privatizzazione del sistema bancario e la scalata di Telecom; procede attraverso i casi Cirio, Parmalat, bond argentini; raggiunge il punto di massima tensione con il tentativo di assalto al cielo di Fiorani e dei campioni dell’immobiliarismo cafone; e si conclude con la vittoria dell’aristocrazia della finanza, che recupera il pieno controllo sul Corriere e su Fiat (con un’operazione definita diversa dalla altre solo perché “formalmente e tecnicamente elegante”, di cui però il Corriere medesimo non parla).

In tale contesto è assai istruttiva la rilettura dell’editoriale “Quel passato che non torna”, firmato del direttore del quotidiano di via Solferino. Un vero e proprio manifesto politico, in cui si sostiene che a differenza di Tangentopoli oggi “ad essere toccati dalle inchieste sono, in egual misura degli altri, personaggi e formazioni politiche che all’epoca furono soltanto sfiorati”. In “egual misura”? Dunque, Berlusconi come Fassino e D’Alema? E questa la tesi che si vuole sostenere? Poi viene la precisazione: qui non s’intende parlare di Fiorani né di Fazio, tanto più che “ciò che c’era da dire sul loro conto lo abbiamo scritto mesi fa”. E’ la conferma che nel mirino ci sono loro, i nuovi arrivati. Pagine e pagine in cui i Ds vengono implacabilmente arrostiti a fuoco lento sulla base di intercettazioni telefoniche che allo stato degli atti, secondo gli stessi inquirenti, non hanno rilevanza per le indagini.
I liberali garanti dello Stato di diritto sono diventati improvvisamente dei guastatori giustizialisti a senso unico? Il direttore chiarisce che è in corso una “grande innovazione”, soprattutto se si realizzasse in “uno o due anni, non di più”: la costruzione nei due schieramenti di “formazioni unitarie di profilo europeo, moderne, lontane dal Novecento”, capaci di raccogliere ciascuna un 35% dei voti, ciò che consentirebbe di emarginare “le estreme”, rafforzando “il modello di alternanza introdotto nel 1994” e assicurando nel contempo “maggiore stabilità per il sistema”.

Ma per conseguire questo obiettivo i nemici da combattere sono due: “l’anomalia berlusconiana da una parte e dall’altra alcune evidenti degenerazioni dei collateralismi”. E se nel passato qualcuno si è salvato, adesso non ci saranno sconti per nessuno. Chi resiste a questa prospettiva, ammonisce laicamente il direttore, deve fare i conti con “l’effetto combinato di ‘banche pulite’ e dei fantomatici ‘poteri forti’”. Certo, concede dall’alto della sua cattedra mediatico-finanziaria, oggi “alle porte (ed meglio che sia così) non c’è nessuna stagione delle manette”. Perciò, conclude, “tocca a voi, che avete in mano ciò che resta dei vecchi apparati o ciò che dei nuovi è già degenerato, cambiare. Se volete. Oppure potete continuare a farvi danno come avete fatto sin qui. Potete scegliere. Senza cercare alibi nel passato”.
L’avvertimento è minaccioso e molto netto: la politica stia al suo posto, faccia il suo mestiere di “servizio”, e non si immischi nelle faccende dell’economia. Se lo fa, sappia che sarà ferocemente contrastata e combattuta. Quando Mieli, in altra sede, sostiene che non è normale né moderna una condizione come quella del partito dei Ds nel quale comandano i postcomunisti, intende dire proprio questo: che persiste nel sistema politico una tradizione e un gruppo dirigente non organici alla borghesia italiana e alla sua cultura. E quindi che, per assicurare una vera alternanza interna alla borghesia medesima, bisogna porre fine a questa anomalia. Nel disegno dei gruppi di comando del capitalismo italiano non c’è solo l’espulsione dal sistema politico di una sinistra che non considera il capitalismo globale l’ultima frontiera della storia, ma anche la liquidazione di ogni tradizione e cultura politica che in qualche modo si ricolleghi al movimento operaio, e alla sinistra comunista e socialista.

L’obiettivo è un sistema politico imperniato su un doppio centro neoborghese nei due poli, che si alterni al governo del Paese. Una specie di modernizzazione della teoria dei due forni, della quale i gruppi dirigenti del capitalismo intendono servirsi per restare al comando e gestire l’economia secondo le loro convenienze, utilizzando il centro-destra o il centro-sinistra in relazione all’evolvere del ciclo. Socialmente, si tratterebbe di un partito unico bicefalo della classe capitalistica dominante, che per definizione escluderebbe dal governo del Paese (e da una rappresentanza politica indipendente e libera) le classi lavoratrici e i ceti subalterni. Il partito democratico, secondo questo impianto, è nel centro-sinistra l’asse portante di tale costruzione.
Proprio qui sta, a mio parere, il punto di maggiore debolezza dei Ds, che li ha indotti a sostenere l’Opa di Consorte: nell’idea che tutto o quasi tutto ciò che è stato costruito dal movimento operaio in un secolo e mezzo di storia non ha più ragion d’essere. O è destinato all’estinzione, nell’epoca luminosa del mondo globale di oggi. Questo è il vero punto dirimente, non il diritto delle cooperative - che mi appare fuori discussione – di dotarsi di una propria banca. In ogni caso, se si ritiene che siano venute meno le ragioni della rappresentanza e della liberazione del lavoro, allora ha senso dislocarsi sulla nuova frontiera della finanza e dell’impresa. Allora l’impresa e la banca diventano gli strumenti attraverso i quali si ritiene di poter conquistare il governo e il potere. In fin dei conti, è una scelta obbligata se vuoi contare nel mondo di oggi: o di qua o di là, altrimenti sei condannato alla marginalità e all’irrilevanza. Deve essere però chiaro che se stai di là non sei più sinistra, ti puoi chiamare come vuoi ma inesorabilmente declini verso una variante del centrismo neoborghese.

I Ds hanno scelto i “capitani coraggiosi”, cioè il capitalismo d’assalto dei parvenues, ma hanno fallito l’ingresso nel salotto buono dei gruppi di comando: la Confindustria non li ha incoronati e ha fatto altre scelte. Di qui un’ulteriore spinta verso la creazione di una banca di riferimento. Tuttavia, con i rapporti di forza di oggi, la finanza in Italia può essere solo laica e cattolica. Anche in questo caso il Corriere della sera è stato sfrontato e sferzante: “La sinistra raziocinante deve liberarsi dall’ubbia della ‘finanza rossa’ e dall’imbarazzante codazzo di affaristi mezzo vitelloni, mezzo sbruffoni”. Attenzione a non sbagliare analisi: i Ds vengono attaccati non perché rappresentino un qualche residuo di socialismo, ma al contrario perché chi ha oggi in mano le chiavi del capitalismo non tollera alcuna alterazione degli equilibri e perciò non li accetta.

Allora è chiaro perché non basta distinguere e separare gli affari e dalla politica. La questione centrale è il recupero della libertà e della sovranità della politica dal dominio del capitale e del denaro. E per poterlo fare l’unica strada è reinsediare la politica medesima nella società, rompere la pratica elitaria e di potere allargando la democrazia e la partecipazione, dare voce e organizzazione alla classe lavoratrice e ai ceti subalterni. Riusciranno i Ds, posti di fronte all’assedio che li stringe, a ripensare la loro funzione politica e la loro prospettiva? E le sinistre alternative riusciranno ad uscire da uno stato di minorità per affrontare il grande tema della rappresentanza dei lavoratori salariati e subalterni? Il tema che gli effetti dell’Opa ci presentano non riguarda l’anima delle coop, ma l’anima (e il corpo) della sinistra.


postato da fcaffa | 20:28 | commenti
politica, economia

 

Difesa del lavoro e primato del pubblico

Alberto Burgio, il Manifesto, 17 gennaio 2005

Preoccupa l'insistita invocazione di «nuove regole»
con cui da più parti si ritiene di potere uscire dalla vicenda Unipol. Che cosa sottintende questo appello? In una battuta, l'idea che occorra separare
la politica dall'economia. Più precisamente, l'idea che - come scrive Prodi - l'economia competa ai giocatori impegnati nella contesa sociale e che la politica debba limitarsi «a indossare la maglia dell'arbitro». È la soluzione giusta? O non è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare? Vediamo di capirci. A sinistra si è manifestato il timore che, unendosi al coro dei fustigatori del «collateralismo», la Margherita possa approfittare dell'«infortunio» occorso ai Ds lucrando consensi a loro danno. La cosa è ben probabile e di per sé seria, com'è serio il rischio che il pasticciaccio Unipol produca effetti nefasti sull'esito elettorale di aprile. Ma non sono questi, forse, gli aspetti più rilevanti. Ben più significative minacciano di essere le conseguenze che l'affaire Unipol rischia di produrre nella durevole configurazione politica dell'Unione.

I fatti di questi giorni sembrano determinare (o rivelare) l'accentuarsi della connotazione moderata (liberale) del partito rutelliano, e perciò il pericolo di un ulteriore spostamento al centro dell'asse dell'Unione (vanno in questo senso i rinnovati appelli a accelerare la costruzione del partito democratico). Alla domanda: che cosa si deve fare per prevenire corruzione e scandali? Rutelli e i suoi rispondono senza mezzi termini: fare funzionare il mercato. Un «mercato trasparente» sarebbe la soluzione di tutti i mali. L'idea inossidabile è che il mercato si autoregoli, producendo esiti che, nel premiare il capitale produttivo, tutelerebbero gli interessi sociali (consumatori e collettività). Precisamente questo è il presupposto della metafora sportiva impiegata da Prodi (potenza del berlusconismo!): il padronato come puro attore economico e l'«economia di mercato» come contesa simmetrica tra giocatori dotati delle stesse chances di vittoria: uno schema in cui il «dirigismo» e lo «statalismo» figurano naturalmente come principali imputati.

Sappiamo che è un'ideologia. O per lo meno dovremmo saperlo, dopo l'abbuffata «neoliberista» che negli ultimi venticinque anni ha dato vita a una nuova razza padrona, a un'inedita polarizzazione sociale e a una altrettanto estrema radicalizzazione della subordinazione e dello sfruttamento del lavoro. (A proposito: avrà mai qualcuno l'ardire di affermare che è questa la prima «questione morale»?) Con buona pace dell'ideologia liberista, le cose stanno come le descrisse, tra gli altri, Gramsci: dietro lo schema della non-ingerenza della politica nelle vicende economiche, il liberismo nasconde un programma politico funzionale a preservare il rapporto di produzione. Se non si è liberisti, si sa che di economia la politica si occupa inevitabilmente, perché senza politica non ci sarebbero né capitale né lavoro né, tanto meno, mercato. Se non si è liberisti, non si può dunque accettare la favola della separazione tra politica e economia che, tra un lunch con Montezemolo e un briefing con De Benedetti, i politici liberisti hanno tutto l'interesse a propagare.

Che cosa ne discende nel nostro caso? Che sono inevitabili compromissioni e «collateralismi»? Il punto è un altro. Al di là dell'opportunità che una forza politica della sinistra tuteli attività produttive che prevedono (almeno in linea di principio) un trattamento meno penalizzante della forza-lavoro, il punto è che l'inevitabile occuparsi di economia da parte di un soggetto politico non strategicamente interessato a promuovere il capitalismo deve consistere nella difesa dell'antagonista del capitale, cioè nella promozione degli interessi del lavoro e nella tutela dei suoi diritti (una formula mite alla quale, in determinate condizioni, possono corrispondere il superamento della relazione capitale-lavoro e il sovvertimento del rapporto di produzione). Come ha opportunamente suggerito Paolo Ciofi, il rapporto (o il mancato rapporto) tra la sinistra e il lavoro è il punto all'ordine del giorno, la vera radice dei nodi venuti al pettine in questi giorni.

È questo un dato di fatto che ci pone dinanzi a una annosa questione storica. Alla base dell'affaire Unipol c'è il problema (o il dramma) di un partito (di una «sinistra») che si definisce solo in negativo: non è più movimento operaio e non è ancora (speriamo mai lo diventi) borghesia capitalistica. Questo è il risultato della sequenza Bolognina-dalemismo, che le vicende di questi giorni raccomandano di riconsiderare senza indulgenza. Uscire nella direzione giusta dalle attuali difficoltà impone di rovesciare la tendenza affermatasi dal 1989 in poi, non già subendo l'imperativo padronale di «separare» la sfera della politica dall'economia (cioè di lasciare il governo dell'economia al capitale), bensì rispondendo con un'offensiva politica tesa a instaurare un governo dell'economia in una prospettiva critica e di trasformazione.

Ciò significa una cosa molto elementare e già ben chiara ai Costituenti: imporre forme della produzione e della gestione delle risorse improntate alla difesa dei diritti del lavoro e al primato del pubblico (che oggi si traduce in due istanze fondamentali: stop alle privatizzazioni e restituzione al pubblico di beni e servizi di rilevanza collettiva; programmazione e direzione pubblica delle linee di sviluppo del paese). Questa dovrebbe essere la risposta della sinistra al trionfo del privato (oligopoli e oligarchie) di cui l'affare Unipol-Consorte è soltanto l'ultima manifestazione: sempreché non si siano introiettate le ragioni dell'avversario al punto di dimenticare che il nostro problema non è tanto il malaffare (che, beninteso, è un problema), quanto il capitalismo come tale.

Difesa del lavoro e primato del pubblico dovrebbero stare al centro dell'agenda politica del centrosinistra, se ci si propone di uscire davvero dal berlusconismo. Le sortite di Rutelli non lasciano presagire tale sviluppo, ma questo è ovvio. Il guaio è che la stessa cosa vale anche per i vertici dei Ds. Al di là del baccano su Unipol e simili, il vero problema (come è facile evincere anche dal documento programmatico elaborato dall'Unione) sta qui.
postato da fcaffa | 20:19 | commenti
economia



domenica, 01 gennaio 2006
 

Meteci

Francesco Ciafaloni, Lo Straniero, n.66 - dicembre 2005/gennaio 2006

“Non esistono democrazie etniche” scriveva qualche anno fa Silvio Ortona su “Ha Keillah”, il periodico del Centro di studi ebraici, per limitare fortemente il senso in cui può dirsi democratico lo stato di Israele. Non nel senso della democrazia dei moderni. La condivisibile affermazione del vecchio Ortona, ora morto, non dovrebbe preoccupare solo gli israeliani ma gli europei tutti, attraversati da forti correnti culturali e politiche nazionalistiche, localistiche, xenofobe, e in particolare gli italiani. Per la prima volta negli ultimi secoli gli italiani hanno bisogno assoluto di un numero importante e crescente di immigrati ma ne diffidano, li escludono dai diritti politici e sociali, dichiarano una vera guerra culturale, presentata come una ritorsione, a una parte notevole di loro, quelli di religione o tradizione islamica. Stanno di fatto affidando una parte crescente dei lavori, soprattutto sgradevoli, a stranieri senza diritti politici, a meteci. In genere facciamo come se non stesse capitando nulla – oltre la crescente divaricazione tra ricchi e poveri, le difficoltà dei vecchi, il precariato permanente della maggior parte dei giovani. In effetti, nulla di veramente grave e nuovo è accaduto a proposito degli stranieri. Sarebbe confortante se si potesse attribuire tutta la cecità al centro-destra, segnalando una discontinuità forte, ma non si può.
La Repubblica continua semplicemente, come ha sempre fatto fin dagli anni settanta, a tollerare l’ingresso irregolare – non tanto dal mare, che produce tragedie e fa notizia, ma per via di terra, dal nord e dall’est – e a regolarizzare con cadenza quinquennale. Molti dettagli pratici, però, sono peggiorati. I numeri e l’importanza crescono; i danni sociali e l’effetto distruttivo sul sistema politico potrebbero diventare irreversibili. Il sistema, per ora, funziona. La mancanza di controlli, la depenalizzazioni dei reati societari e fiscali, rendono quasi obbligatorio per i piccoli e obbligatorio per le famiglie usare lavoro nero. Gli stranieri irregolari sono lavoratori in nero ideali perché a protestare hanno tutto da rimetterci. Non hanno casa e famiglia stabili e perciò considerano una fortuna e non un disastro abitare in casa della vecchia o del vecchio o della famiglia o nel garage del datore di lavoro. Meglio che sotto o dentro i ponti o nelle fabbriche dismesse o in fabbricati abbandonati dentro aree inaccessibili. Abbassano i prezzi; si arrangiano; non scioperano. Se si infortunano vengono assunti il giorno dopo – è uno dei motivi per cui c’è uno straordinario numero di infortuni il primo giorno di lavoro e per cui la percentuale di infortuni degli stranieri è più alta. Andrebbe riferita anche a una parte di lavoratori in nero che emergono per incidente. Certo se si ammazzano è più difficile e tocca andarli a buttare da qualche parte, se nessuno ha visto. Altrimenti scoppia lo scandalo. I numeri però crescono molto e cresceranno ancora di più in futuro, almeno per una quarantina di anni, salvo catastrofi assolute che rendano indesiderabile se non impossibile venire a vivere qui. Le percentuali degli stranieri sono in media intorno al 5%. Ma sono il 7% nel nord, il 9% a Roma. Riguardano soprattutto i lavoratori e i giovani. Raggiungono il massimo nelle scuole. Ci sono già categorie di lavoratori – le badanti, le serve, i manovali dell’edilizia, i braccianti in agricoltura, i pastori – di cui le straniere e gli stranieri rappresentano più della metà. In alcuni casi la quasi totalità.

Poco meno di mezzo secolo fa Gunnar Myrdal nell’incipit di “Un dilemma americano” scriveva: “Non esiste un problema negro in America. Esistono i problemi dei negri in America” – allora si diceva così: nero è venuto dopo per tradurre il “black” di Black Power e Black Panther, oggi si dice “afroamericani”, in omaggio al multiculturalismo e alle radici. Aveva ragione in senso stretto. Ma non del tutto. La esclusione dei vecchi schiavi e dei nuovi meteci è uno dei punti di implosione della società americana. Allo stesso modo si potrebbe dire che non esiste il problema dell’emigrazione in Italia: esistono i problemi dei migranti in Italia.
In America l’aumento forte dei neri è finito con l’importazione degli schiavi. Ma i nuovi migranti di cui l’America è la massima importatrice – ne importa, secondo l’Onu, uno ogni cinque sul totale mondiale – sono anch’essi esclusi in varie forme dalla partecipazione sociale piena. Vengono inclusi a blocchi, caso per caso, senza norme generali. Se hanno un conto in banca, la carta di credito, l’assicurazione sociale, prima o poi gli danno la carta verde e, col tempo, se vanno in guerra, se diventano istruiti, se non rischiano di far perdere il candidato potente, li fanno anche votare. Avere una parte importante e crescente del lavoro senza diritti sociali e politici e mal pagati e tendenzialmente conflittuali, non alla vecchia maniera del conflitto di classe ma alla nuova maniera della guerra interetnica, non porta bene.
Nell’immediato gli immigrati instabili, da cacciare a consumo finito, vanno meglio di quelli stabili. Per cominciare, non invecchiano. Non vanno ad aggiungere vecchi di origine straniera a vecchi di origine italiana. Non prendono la pensione e se la prendono, dopo i sessant’anni, ne prendono pochissima perché rientrano tutti negli anni del calcolo a contribuzione.
Se si cacciano quelli che hanno imparato l’italiano e si sono costruita una rete, degli affetti, delle lealtà, bisogna importarne però più che altrettanti di nuovi. Puntare sull’instabilità alla lunga è un po’ suicida. Ed è proprio questo che stiamo facendo, un giorno dopo l’altro, come, in altri campi, abbiamo continuato, un giorno dopo l’altro, a puntare sulla macchina e sul petrolio, senza averlo, sul consumo e la ricchezza privata e sullo squallore pubblico, sul disinteresse per la formazione e l’educazione. L’uso dei meteci per i servizi e la produzione – con il complemento della delocalizzazione – la ricchezza degli intermediari, la crescita dei rentier, ricchi e poveri, la chiusura della classe politica, convergono a produrre una società bloccata.
Ma perché gli immigrati sono così indispensabili alla società italiana, in misura anche maggiore che al resto dell’Unione europea? E chi sono, quanti sono, cosa fanno?


Quanti sono e perché vengono qui

Il numero degli immigrati regolari non è stato mai così incerto come quest’anno, da quando è cominciato il tentativo di misurarlo. I dettagli peggiorativi della legge Bossi-Fini – l’accorciamento della durata dei permessi e del tempo della permanenza legale dopo la perdita del lavoro, l’allungamento dell’attesa per la carta di soggiorno – hanno portato a un vortice di domande di rinnovo con tempi di attesa di un anno e mezzo in alcune città, come Roma, e di 9-12 mesi a Torino e Milano.
La questura di Torino ha fornito i dati alla fine dello scorso anno, con l’avvertenza che ci sono più di 34.000 regolari, su un totale di 100.000, in attesa di rinnovo. Uno su tre. Tutti i numeri sono sottostimati di un terzo e perdono di senso. Le residenze sono inquinate dalle mancate cancellature e dal censimento di quattro anni fa, non ancora digerito. Perciò l’Osservatorio torinese uscirà, quando uscirà, segnalando il problema e senza nessuna cifra certa. L’Annuario della Caritas non avrà numeri certi ma solo tendenze e stime e serie Istat vecchie di tre anni. Qualche numero approssimato si può dare, prendendolo dall’ultimo annuario Caritas uscito, e completandolo con dati ed esempi locali, piemontesi e torinesi. In totale in Italia ci sono circa due milioni e mezzo di adulti regolari, inclusi quelli in attesa di permesso di soggiorno, che però finiranno con l’avere – magari già scaduto. A questi vanno aggiunti più di un quarto di milione, forse 284.000, minori. Le concentrazioni maggiori sono a Roma, in Veneto, in Lombardia, in Emilia, in Piemonte. La capitale e il nord, perché ci sono più opportunità di lavoro. Per i minori la Lombardia pesa per un quarto, seguita da Veneto, Emilia e Lazio poco sopra e poco sotto il 10%. Ai regolari va aggiunto un flusso di irregolari che la Caritas stima a poco meno di 190.000 l’anno. Perciò quando si legge che l’Italia ha 57 milioni e settecentomila abitanti bisogna ricordarsi che circa 55 milioni sono cittadini italiani – un paio di milioni meno del massimo raggiunto – e 2 milioni e 700.000 sono stranieri e che i realmente presenti sono 600.000 di più, che legalmente non esistono. Turisti a parte, naturalmente.
Tra gli immigrati gli uomini sono un po’ più della metà. La maggior parte ha un permesso di soggiorno per lavoro. I permessi per lavoro autonomo sono circa 1/5 di quelli per lavoro subordinato. Ma i lavoratori autonomi aumentano dopo ogni emersione non solo perché diventare imprenditori è l’unico modo di uscire dai livelli bassi della gerarchia ma anche perché alcuni mestieri, come il muratore, si fanno solo da autonomi – autonomi senza autonomia, naturalmente; lavoratori a cottimo con la partita Iva in realtà.
Perché ci sono tanti stranieri in Italia, malgrado il persistere di sacche di disoccupazione? La risposta sulla tendenza è semplice e perfettamente nota da decenni. L’Italia ha attraversato una transizione demografica – passaggio da una società ad alta natalità e alta mortalità a una a bassa natalità e bassa mortalità – particolarmente netta e rapida, quindi la popolazione totale, e in particolare la popolazione in età attiva, in tendenziale declino. Siccome la tendenza è in atto da più di un quarantennio, dal 1964, quando comincia la caduta della natalità (nati per mille abitanti) e della fertilità (nati per donna), la tendenza è consolidata e, nel breve periodo, irreversibile. Una transizione demografica produce necessariamente prima un aumento del rapporto tra popolazione attiva e popolazione dipendente, perché i bambini sono dipendenti e calano mentre i vecchi che sopravvivono sono pochi, sono morti prima. In seguito però, quando le generazioni ridotte raggiungono l’età di lavoro – giuridicamente 15 anni – la popolazione attiva comincia a diminuire mentre cominciano a raggiungere l’età di pensione le generazioni numerose facendo aumentare sempre di più il numero dei dipendenti.
In Italia la fertilità era di 2,5 nati per donna negli anni cinquanta, cioè qualche decimo di punto in più della riproduzione semplice, che, al livello attuale della mortalità infantile è intorno a 2,1. Dal ’64 la fertilità diminuisce con continuità e si attesta alla fine degli anni settanta a 1,2 nati per donna, più o meno la metà della riproduzione semplice. è rimasto più o meno a quei livelli nell’ultimo quarto di secolo, una generazione. Questo vuol dire che le ventenni del 1980, nate nel 1960, erano circa mezzo milione circa. Le ventenni di oggi, nate nell’85, sono circa la metà. Ogni quarto di secolo le madri potenziali si dimezzano.
Nulla di drammatico in questo, dato che al mondo siamo moltissimi, 6 miliardi e 300 milioni, dice l’Onu, e possiamo diventare 9 miliardi e mezzo prima di stabilizzarci, nella seconda metà del secolo, cosa assolutamente necessaria data la limitatezza del mondo. Nulla può crescere indefinitamente: né la produzione materiale, che non sappiamo come smaltire, né il numero degli uomini. Si può ritenere desiderabile che le transizioni demografiche non siano troppo brusche, perché un invecchiamento repentino, come quello italiano, o sudcoreano, produce gruppi famigliari molto squilibrati e società in cui una notevole parte, se non la maggioranza, dei giovani viene da fuori. Forse avremmo potuto costruire un mondo meno opulento e più umano, in cui più persone ritenessero desiderabile produrre nuove vite. Potremmo farlo anche oggi. Ma sappiamo con assoluta certezza che un eventuale miglioramento della umanità del nostro ambiente naturale e sociale e un possibile aumento della fertilità dei residenti, italiani e stranieri, non aumenterà il numero delle persone in età di lavoro prima di quindici anni; venti per essere realistici e tenere conto dell’età reale di ingresso sul mercato del lavoro. Gli immigrati, quindi, sono una necessità assoluta.
Inoltre esistono stime ragionevoli dell’Onu, per tutti i paesi, reperibili in rete ma citate anche nell’annuario Caritas e locali – quelle per il Piemonte sono reperibili sul sito della Regione Piemonte, Osservatorio sull’emigrazione – da cui, anche nell’ipotesi di minor declino, la presenza degli immigrati nuovi cresce di decine di migliaia l’anno fino a metà secolo. Il fatto è che, come ognuno può controllare consultando “Il mondo in cifre” dell’“Economist”, tradotto e distribuito ogni anno da “Internazionale”, oppure sul più preciso “Osservatorio sul tasso di sviluppo umano”, dell’Onu, tradotto da Rosenberg & Sellier, il mondo è estremamente diviso. Ci sono più di 50 paesi al di sotto della soglia di riproduzione, dei quali fa parte tutta l’Europa, ma anche un paese enorme come la Cina, mentre i 40 paesi con la fertilità più alta, quasi tutti africani o mediorientali, sono tutti sopra i 4 nati per donna. Qualche spostamento, soprattutto all’interno di aree assolutamente simili, come il Mediterraneo, è desiderabile.
E i disoccupati? Tutti capiscono che manovali con più di 55 anni non sono la badante o la baby sitter ideale delle famiglie, anche se loro volessero. E neppure il nuovo assunto ideale dei cantieri olimpici e della metropolitana. La schiena se la sono già rotta. Se non muoiono in fretta, che abbiano raggiunto o no l’età di pensione, saranno loro ad aver bisogno della badante o del sistema sanitario. Bisogna solo scoprire chi pagherà, dati i costi e le code della sanità gratuita.
Uno studio dell’Onu del 2000, reperibile in rete con gli aggiornamenti, sosteneva che nessuna immigrazione praticabile può mantenere il rapporto tra popolazione attiva e popolazione totale ai livelli di fine secolo in tutti i maggiori paesi europei e in qualche paese asiatico. Il numero di immigrati necessario per mantenere la popolazione complessiva ai livelli di fine secolo è invece praticabile, ma molto alto. Per dare un’idea prendendo il caso più clamoroso: gli immigrati necessari per mantenere il rapporto tra popolazione attiva e popolazione totale in un paese ad altissima natalità sceso a metà del tasso di riproduzione come la Corea del Sud sarebbe di cinque miliardi – non ci sono abbastanza uomini e bisognerebbe metterli a strati per farceli stare, in Corea. In Italia sfiorano gli 80 milioni. Non avverrà, semplicemente. Ma la popolazione si manterrà, come si sta mantenendo, ai livelli attuali. Per farlo, secondo la proiezione di allora, saranno necessari 18 milioni di immigrati perché l’andamento naturale porterebbe a 40 milioni di residenti, con una percentuale assurda di vecchi.
è possibile che i vecchi tornino a morire prima per il peggioramento delle condizioni economiche, ecologiche e sanitarie. è possibile che gli immigrati stabili rialzino un poco la fertilità dei residenti e ancor più la natalità, perché si tratta di giovani in piena età riproduttiva. Certo, in un modo o nell’altro i residenti non figli di italiani tenderanno a essere un terzo della popolazione e una percentuale maggiore degli attivi. Se vogliamo meno stranieri in Italia non dobbiamo fare altro che dargli la cittadinanza.


Chi sono e cosa fanno

Vengono soprattutto dall’Europa orientale – Romania, Albania, Moldavia – e dal Nordafrica – Marocco, Tunisia, Egitto – con una notevole aggiunta di nigeriani, somali, senegalesi.
Nel Nordest naturalmente c’è una parte importante di provenienti anche dall’ex-Jugoslavia.
Fanno la badante, l’infermiera, la serva, il manovale, il pizzaiolo, l’artigiano, il mercante. In qualche caso – i cinesi, per esempio – hanno reti commerciali importanti e posizioni forti. è una nota di colore ricordare che il ciociaro che stava per comperare il Torino ha fatto i soldi, che non devono essere pochi, importando infermiere dall’est. Non è colore apprendere che alle Molinette, il maggiore ospedale di Torino, ci sono 800 infermiere dell’est, naturalmente non assunte ma dipendenti da cooperative e non pagate da infermiere ma da serve. Il personale infermieristico ufficiale ha reagito chiedendo il cartellino di identificazione per tutti quelli che girano nell’ospedale. Ma che se ne possano liberare davvero sembra difficile e che qualcuno pensi sul serio a pagarle da infermiere se non con un lungo percorso ad ostacoli sembra utopia. A Torino, che è l’unica situazione che conosco per quanto è possibile, oltre alla badante, il mestiere dominate è il manovale nell’edilizia. Il dato sindacale è che nelle costruzioni gli stranieri sono più della metà degli addetti regolari. L’iscrizione ai sindacati in Piemonte è più bassa della media italiana, intorno all’1,7% sul totale degli iscritti, inclusi i pensionati. Togliendo i pensionati si arriverebbe al 3,5% sul totale degli iscritti attivi. La percentuale media italiana è il 5%, che raddoppia in Emilia e nel Veneto.
Quelle sono regioni di distretti e piccole industrie in cui le organizzazioni sono abituate a rappresentare i lavoratori delle piccole aziende. A Torino si sono rette sulla contrapposizione al colosso Fiat e si muovono male in un mondo in cui la dimensione aziendale media scende sempre più. Nell’edilizia, in Piemonte, siamo intorno ai 2,5 addetti per azienda. E gli stranieri sono concentrati nelle cooperative e nelle aziende sotto i dieci dipendenti. Una fascia di stranieri stabilizzati, che cercano di far studiare i figli, di comprarsi la casa col mutuo, eccetera esiste. I mutui degli stranieri stanno diventando importanti per le banche, come per l’emigrazione meridionale a suo tempo.
è forte però il rischio di espulsione per i vecchi – sopra i 55 – che perdono il lavoro e si trascinano appresso le famiglie. è forte il rischio di discriminazione per i non europei, in particolare gli islamici. è forte la possibilità di carriera scolastica difficile e di crisi per la seconda generazione.


Cosa possiamo fare

Dovremmo capire, dai numeri, dall’esperienza, dalla convivenza, che gli stranieri sono qui per restare. Possiamo scegliere tra il trattarli decentemente e offrirgli un percorso di integrazione o costringerli a essere meteci. Quello che stiamo facendo al momento è non solo trattarli da meteci ma invocarne anche l’espulsione. “Abbasso i meteci” gridavano nel bianco e nero di Buñuel i manifestanti dell’Action française del “Diario di una cameriera”. Forse non sappiamo fare meglio di così, ma non aspettiamoci che tutto ci vada bene. Quello che dovremmo fare è esattamente l’opposto. è più facile convivere con gli stabili ben trattati che con gli instabili maltrattati. Anche se la stabilità, sperabilmente, non ci esimerebbe dal conflitto sociale.
Basterebbe estendere ai non cittadini la possibilità di assunzione nel pubblico impiego per cambiare gli ospedali, la scuola e la società. Pensiamo davvero di far funzionare le scuole con insegnanti italiane ultracinquantenni con il 10% di allievi stranieri che crescono di un quarto l’anno? Potrà funzionare una polizia di soli italiani nei cui confronti per la segretezza della comunicazione tra i fermati non c’è neppure bisogno di ricorrere al gergo?
Per quel che riguarda personalmente noi, ci riesca o no, non possiamo fare a meno di proporci di educare, di nuovo, alla cittadinanza, gli stranieri e gli italiani, insieme. Quelli che hanno finito le scuole secondarie a metà degli anni cinquanta avevano una formazione alla cittadinanza nazionalistica e letteraria. Dante e Petrarca, Machiavelli e Foscolo, Manzoni, Berchet, Carducci e Pascoli. Da “Italia mia vedo le mura, gli archi e le colonne” a “Di quell’umile Italia fia salute”. Dalla dedica “ad capessendam Italiam” allo stupendo repubblicanesimo settecentesco dei “Sepolcri”. E giù per li rami fino alla “grande proletaria si è mossa”. E qualcuno poteva scoprire anche Mazzini, che però sapeva un po’ di zolfo, e approdare agli anarchici e alla Resistenza.
Lo sforzo maggiore per estendere questo percorso all’Europa è stato fatto da Lidia De Federicis e Remo Ceserani con “Il materiale e l’immaginario”. Probabilmente era uno sforzo sbagliato in radice, perché in Europa le cose non funzionavano più così da più di un secolo. Certo non è possibile estendere ancora il tentativo al mondo intero. L’universalismo fatto di tutte le possibili tradizioni locali è come la mappa uno a uno del mondo. Meglio il mondo com’è, senza rappresentazioni. Che ognuno si arrangi col suo dialetto e con quel che sente e vede. Che è poi Ivan Illich. Dovendo scrivere e leggere oltre che ascoltare e parlare, una strada critica e aperta, di spaesamento e attraversamento di confini mi sembra la strada giusta.
Il dialetto, la lingua puramente espressiva, può essere ottimo in una società tradizionale, senza arrivi e partenze, senza comunicazioni importanti con il mondo, senza mutamenti tecnici indispensabili, dato che del mondo antico amiamo alcune cose, ma non la mortalità infantile e la zappa. Non bisogna confondere Illich con Taylor – quello del multiculturalismo, il canadese – ma il tentativo di non imporre le grandi lingue veicolari in Canada e di consentire ai kwakiutl e agli inuit – e ai cinesi – di attraversare il sistema formativo usando solo la loro lingua è andato benissimo, dal loro punto di vista, con i cinesi, che semplicemente non traducono più i menù e i cartellini nei negozi, ma con gli altri è stato un vero disastro.
Qualcuno osservava che oggi il rito del sole, quello che tutti conoscono da “Un uomo chiamato cavallo”, si fa solo in galera, dove lo fanno fare ai kwakiutl, che sono metà dei carcerati, per recuperarli reintegrandoli nella cultura d’origine. E i posti in cui vivono sembrano campi nomadi molto, molto degradati. Se si vuole far di conto non si possono ignorare i termini del linguaggio logico. Se si vuole comunicare con gli altri non ci si può limitare al cuscus o allo zokinì. Se possibile, di alfabeti bisogna leggerne parecchi, di lingue parlarne molte e guardare con distacco i propri e con curiosità gli altri, con cui spesso ci siamo incrociati, in pace o in guerra, in passato. Anche il futuro, oltre al passato, è un paese straniero. Dovremmo attrezzare quelli che lo vedranno il futuro, e noi stessi, a viverci lì.

postato da fcaffa | 14:32 | commenti
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mercoledì, 28 dicembre 2005
 

Ecco il Pil degli ambientalisti leggeri

Gugliemo Ragozzino, il manifesto, 22 dicembre 2005

L'anno prossimo, il Dpef, Documento di programmazione economica e finanziaria, potrebbe essere corredato da un indicatore del prodotto interno lordo o Pil, in salsa ambientalista. Gli è stata anche trovata una sigla, «Pila», equivalente, appunto a Pil, in senso ambientale. Non è la questione trascurabile, la nominalistica perdita di tempo che sembra a prima vista, tanto che ieri alla camera dei deputati è stata illustrata una proposta di legge depositata da alcuni parlamentari e controfirmata da 100 di loro. Il Pil ambientale ha una lunga strada da percorrere, ma nasce sotto buoni auspici.

I due promotori sono deputati della sinistra ds, Valerio Calzolaio, già sottosegretario all'ambiente nella passata legislatura e Fabio Mussi, attualmente vicepresidente della camera e allora capogruppo. I due deputati hanno scritto una lettera a Romano Prodi per informarlo dell'iniziativa e sottolinearne i punti salienti, impegnando fin d'ora l'eventuale futuro governo ad agire per la costruzione del Pila. Un passo di questa lettera, la critica al Pil felicemente regnante è molto significativo (tanto che lo riportiamo in corsivo):

«Il Pil non sottrae il deprezzamento del capitale prodotto, il Pil non considera l'impoverimento del capitale naturale, il Pil indica alla pari cose buone e cattive, servizi utili e inutili purché prodotti e venduti, il Pil misura insieme e allo stesso modo prodotti che hanno effetti opposti e prodotti che si distruggono vicendevolmente (gli autoveicoli e gli effetti degli incidenti stradali, le mine e lo sminamento), il Pil misura come voce attiva il consumo delle risorse (anche quelle, tante, finite o in via di esaurimento), il Pil include le armi, il Pil trascura ogni servizio o transazione gratuiti, il Pil include le spese "difensive" (le spese per sanare gli effetti dell'inquinamento ad esempio), il Pil non valuta danni ed effetti di lungo periodo, il Pil non dice se il prodotto serve bisogni che sono anche diritti (cibo, medicine, vestiti) per chi non ne ha abbastanza. Se si abbatte una foresta aumenta il Pil...».

E' presto per dire come Prodi accoglierà la letta aperta di Mussi e Calzolaio. Se dirà «sono d'accordo» sarà meglio sospettare di lui, perché nella lettera - come prova il lungo passo che abbiamo trascritto - viene messo in dubbio, attraverso il Pil, tutto il consolidato sistema di interessi e valori, tutto l'inno alla crescita indifferenziata che ogni giorno viene riproposta. La critica al berlusconismo finora non ha mirato tanto alle scelte, quanto ai tempi, ai modi e alle priorità.

I 100 deputati, tutti del centro sinistra e rappresentanti tutti i partiti, da Acquarone dell'Udeur a Folena di Rifondazione, hanno mostrato di ritenere maturo il tempo per aprire una discussione sul principio stesso della macro economia.

Li rappresentavano ieri in una conferenza stampa i due promotori, Calzolaio e Mussi che hanno brevemente spiegato - stretti fra un voto di fiducia e l'altro - la tecnica con la quale procedere.

Nel primo tempo il massimo risultato ottenibile sarebbe quello di affiancare (diciamo: tra parentesi) alle temute cifre, ai sofferti spostamenti del Pil, di uno «zero virgola...» in più o in meno, il dato del Pila calcolato dall'Istat. Mettendo a disposizione un indice sintetico dei costi ambientali affrontati, si informa e si incuriosisce il pubblico. E lo si spinge a scegliere, facendo conoscere il prezzo reale della crescita in termini di inquinamento, sottrazione delle risorse naturali irripetibili, spreco di acqua e di energia non rinnovabile; e viceversa, i valori del risparmio e dell'introduzione di energie rinnovabili. Ben presto Pila si libererà dalla parentesi .
postato da fcaffa | 23:16 | commenti
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